Biscottini quotidiani

Il lato oscuro della forza vi regalerà biscottini politici e sociali. L'importante è essere dalla parte dei cattivi.

L’insostenibile pesantezza di Tommaso Baresi

L’operaio Tommaso Baresi uscì dal lavoro alle diciannove e trenta in punto. Fece con calma la strada che lo separava dalla fermata dell’autobus, poi aspettò altri cinque minuti prima che quello arrivasse. Durante il tragittò pensò agli innumerevoli modi in cui avrebbe potuto passare la serata. La vita gli aveva concesso la fortuna di essere scapolo, così non avrebbe dovuto perdere tempo e fiato per rispondere alle lamentele di una moglie insoddisfatta, e soprattutto non avrebbe dovuto fingere che il cibo preparatogli fosse buono. Sorrise tra sé e sé mentre si immaginava sul suo divano – un po’ malconcio ed economico, ma pur sempre un divano! – con una birra in mano, la televisione accesa e la canottiera tirata in su, così da permettere alla sua pancia, che andava ampliandosi sempre di più, birra dopo birra, di respirare un po’ di aria pulita. Ai piatti da lavare avrebbe pensato dopo. “Maledizione!”, pensò. “Dovrei lavare anche quelli di ieri sera!” Il suo sorriso si era guastato, ma poi trovò la soluzione: “Non fa niente, rimanderò a domani”. Era così assorto nella programmazione della serata che per poco non perse la sua fermata. L’autobus lo lasciò proprio di fronte a casa.
La casa dove abitava l’operaio Tommaso Baresi era piccola e stretta. Si inseriva in una serie di casette simili, costruite in una via abbastanza isolata dal centro della città, tranquilla e poco frequentata. Le abitazioni si sviluppavano su un unico piano, e a giudicare dall’esterno non dovevano avere più di quattro stanze ognuna. Il colore dei muri era di un giallo sbiadito, e i muri stessi erano scrostati e rovinati dalle bombolette spray di numerosi teppisti di strada. Sul muro frontale della casa di Tommaso Baresi c’era disegnato un enorme fallo in erezione al contrario, i cui testicoli fungevano da occhi, e il resto… be’, il resto da naso. Era una sorta di faccina sorridente senza bocca. Se l’era ritrovata disegnata sul muro di casa due anni prima, e da allora si era sempre dimenticato di ridipingere il muro per cancellarla, forse perché, sceso dal pullman, quella faccina così volgare gli faceva spuntare un’espressione divertita sul viso.
Fece spallucce, come a dire che quella vita gli era toccata e quella vita doveva tenersi, quindi prese la chiave della porta di ingresso dalla tasca della giacca, la girò nella serratura ed entrò in casa.
L’aria non era delle migliori: sapeva di chiuso e anche un po’ di cibo. Pensò che forse aveva commesso un errore quando aveva lasciato i piatti non lavati la sera prima. Questa volta gli sarebbe toccato, o il giorno dopo la puzza sarebbe stata decisamente peggiore. Appoggiò la borsa del lavoro alla parete del corridoio d’ingresso, quindi chiuse a chiave la porta e andò in cucina. Lasciò la chiave su una mensola, diede un’occhiata storta alla pila di piatti e pentole che lo aspettava e aprì il frigorifero per prendersi una bottiglia di birra. Gli erano rimaste solo due Beck’s, ma ancora una volta fece spallucce e si fece andar bene quello che aveva. La stappò con l’apribottiglie che prese da un cassetto sotto il lavandino e ne bevve un sorso.
Erano ancora le diciannove e cinquantacinque minuti, e decise che avrebbe aspettato un po’ prima di preparare la cena. Andò nella piccola saletta dell’abitazione – ma stranamente non fece spallucce entrandovi – e si lanciò sul divano. Poi bestemmiò perché aveva lasciato il telecomando sopra il televisore e si rialzò a prenderlo. Si risedette e finalmente poté accendere la tv.
L’operaio Tommaso Baresi, che di anni ne aveva ben quarantatré, non era tipo da spaventarsi facilmente per qualche rumorino. Era un uomo piuttosto pragmatico, il nostro Tommaso Baresi, uno di quelli che la domenica va a messa per sentirsi dire che ha ricevuto la benedizione. Senza benedizione Tommaso non aveva idea di come avrebbe potuto affrontare la lunga settimana che gli si prospettava davanti puntualmente il lunedì mattina. Era un uomo così pragmatico che non aveva bisogno di pregare, ma si limitava a guardare il vuoto, pensando che sì, in qualche modo sarebbe andato avanti, si sarebbe fatto bastare quello che aveva. Quindi, quando il sacerdote recitava il credo verso la fine della messa, lui solitamente faceva spallucce, poi tornava a fissare il vuoto, cercando di riempirlo di pragmatismo.
Il primo rumore che Tommaso Baresi udì quella sera, mentre guardava la televisione e sorseggiava tranquillamente la sua birra, era uno scricchiolio lento e pungente, come se qualcuno avesse appoggiato un piede sul pavimento e non avesse ancora alzato né riappoggiato l’altro piede. Lo udì e si bloccò un momento, perplesso. Guardò dietro di sé, verso il corridoio, ma non vide nulla. Indeciso sul da farsi, scelse infine di fare spallucce e di riprendere a guardare la televisione e a sorseggiare la birra.
Due secondi dopo, però, lo scricchiolio si ripeté, questa volta – gli parve – un po’ più vicino. Seccato, Tommaso Baresi abbassò il volume della tv, posò la birra a terra e si alzò.
“C’è qualcuno?”, chiese.
Passò in corridoio, premette l’interruttore della luce e si guardò intorno.
“Questo sì che è strano. Avrei giurato di aver sentito dei passi”.
Stava per tornare sul divano quando il suo udito captò un altro rumore sospetto. Questa volta assomigliava molto al gocciolio di un lavandino che perde. Inarcò le sopracciglia e andò in bagno. Controllò bene che la doccia o il bidè o il lavandino non gocciolassero, quindi fece spallucce e tornò in corridoio. Ma eccolo ancora, il gocciolio misterioso, questa volta più insistente. Tommaso Baresi si infilò una mano nei capelli scuri e unti e se li tirò indietro, liberando completamente la visuale degli occhi. Rimase immobile, in ascolto, cercando di individuare l’origine del fastidioso rumore. Dopo qualche secondo, con la coda dell’occhio, gli sembrò di scorgere qualcosa. Una macchia giallastra si stava allargando sul pavimento del corridoio, poco prima della porta di ingresso. Andò in quella direzione e si inginocchiò a osservare stupito la macchia gialla. Osservandola attentamente si accorse che sembrava provenire dalla parete. Infilò lentamente l’indice della mano destra nel liquido misterioso e l’annusò. Non sembrò giungere a nessuna conclusione particolare, perché un attimo dopo appoggiò l’indice sulla lingua. A quel punto, però, la sua espressione cambiò di colpo.
“Ma sa di sangue!”, esclamò.
Si alzò di scatto e guardò inorridito ai suoi piedi. Non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi da questa spiacevole sorpresa che notò, con crescente orrore, che il colore della macchia di liquido stava gradualmente passando dal giallo al rosso. Rosso sangue.
“Che cazzo sta succedendo?”
Tornò in sala, dalla parte opposta della parete da cui sembrava uscire quel rivolo di sangue, ma lì non c’era nulla. Appoggiò le mani e l’orecchio alla parete, poi rimase in ascolto qualche secondo. Proprio quando stava per rinunciare iniziò a sentire un remoto gluck gluck gluck provenire da dentro la parete, ma non come se fosse stato lì a due centimetri da lui, piuttosto come se fosse stato lontano metri e metri da quella stanza. Le gocce di liquido – di sangue – sembravano provenire da un vuoto cosmico distante anni luce, da uno spazio sconosciuto, un universo di buio e nient’altro.
Poi tornarono i passi. Uno dopo l’altro, regolari, pesanti. Tommaso Baresi ne contò quattro. Il suo pragmatismo era sul punto di cedere, e non pensava di poter mantenere il sangue freddo ancora per molto.
Tornò in corridoio e guardò a terra verso la macchia di sangue. Le labbra iniziarono a tremargli per lo spavento: la macchia si era allargata enormemente, ed entro un paio di secondi gli avrebbe toccato la punta delle scarpe. Si spostò in tempo, corse in cucina e si guardò attorno febbrilmente. Tutto gli sembrava immobile. D’istinto fece spallucce, ma Tommaso Baresi era tutto fuorché propenso ad accettare quella situazione come normale e sopportabile. Prese dal lavandino una delle padelle sporche e la brandì come arma. Prese la chiave e si diresse cautamente verso la porta d’ingresso, risoluto ad abbandonare la casa e chiedere aiuto, se fosse stato necessario. All’improvviso i suoi passi gli richiesero molta più fatica di quelli precedenti. Guardò ai suoi piedi e si accorse che era già entrato completamente nella pozza di sangue, sangue che ora, con suo immenso terrore, era diventato una specie di colla che gli teneva i piedi saldi al pavimento, almeno fino a che lui non faceva appello a tutte le sue forze e riusciva a liberarsi da quella morsa disgustosa e a guadagnare qualche altro centimetro nella strada verso la salvezza.
I passi ripresero, e ora era sicuro si trovassero dietro di lui. Si voltò tremante, ma le tenebre che dal corridoio conducevano in camera da letto non gli mostrarono segni di vita. Agitò la padella: “Chiunque tu sia, sappi che sono armato! Lascia questa casa prima che ti venga fatto del male!”
Nessuno gli rispose, così Tommaso si rivolse nuovamente verso la porta di ingresso, ogni passo sempre più faticoso del precedente. Poi udì nuovamente i passi, e quindi si voltò terrorizzato. Nemmeno questa volta vide qualcuno. Per la terza volta riprese con difficoltà ad alzare i piedi dal sangue appiccicoso sul pavimento, e per la terza volta i passi ripresero. Tommaso Baresi decise di non voltarsi più e di arrivare a ogni costo alla porta d’ingresso. I passi si facevano sempre più vicini, eppure sempre lenti, pesanti, regolari. Tommaso si lanciò sulla maniglia, quasi piangendo per la disperazione. Dietro di lui i passi gli rimbombavano nelle orecchie, e il sangue sembrava essersi trasformato in pietra attorno ai suoi piedi. Infilò la chiave nella serratura e aprì la porta. Voltandosi con la padella in mano uscì di casa, mentre le tenebre prendevano possesso anche dell’ultimo millimetro di quel corridoio colmo di sangue.
Ma fuori non lo aspettava il mondo reale, quello che credeva sarebbe stato il suo rifugio. No, fuori lo aspettava un altro corridoio senza fine, dove le tenebre facevano da padrone. Si sedette con la schiena appoggiata alla porta, ansimando. Con la mano destra prese dentro qualcosa, e portandosela vicino agli occhi (dalla fessura della porta dietro di lui proveniva una misteriosa debole luce bianca) confermò l’idea che si era fatto quando l’aveva presa in mano: era una bottiglia di birra. Una Beck’s, per la precisione. Piena a metà, esattamente come quella che lui credeva di aver lasciato in casa, prima che uscisse e si ritrovasse in un altro corridoio.
Sentiva che i nervi gli stavano per cedere. Non capiva quello che stava succedendo. Si mise a singhiozzare, esausto. Almeno non udiva più gli inquietanti passi sul pavimento.
Dopo un paio di minuti si fece un po’ di forza, dicendosi che tanto ormai non aveva più importanza, tanto valeva percorrere anche quel corridoio. Si rimise in piedi e, un passo dopo l’altro, avanzò nell’oscurità più profonda.
Fece più o meno una decina di passi, poi si bloccò perché gli era sembrato di sentire qualcosa. Da lontano proveniva un urlo, un verso disperato che chiedeva aiuto, forse pietà. Avanzò ancora, ormai fuori di sé dalla paura.
Ciò che trovò l’operaio alla fine del corridoio gli fece mettere le mani sulle orecchie e urlare di paura. Il suo urlo si unì a quello già esistente fino a raggiungere la stessa intensità di tono e di forza. La disperazione divenne una sola. Davanti a lui, seduto con la schiena appoggiata alla porta che segnava la fine del corridoio, c’era un uomo. Aveva in mano una Beck’s mezza vuota, sulle gambe teneva un telecomando e, gridando come un pazzo, continuava a premere lo stesso tasto ancora e ancora, indirizzando il telecomando verso di lui, verso l’operaio Tommaso Baresi, il quale, perduto ormai il senno, prese la bottiglia di birra e se la spaccò sulla tempia destra.
Si risvegliò di colpo, col cuore in gola. Aprì gli occhi e intorno a lui vide polvere, mattoni e cemento. Il sole splendeva caldo nel cielo. Qualcuno gli si avvicinò e disse: “Baresi, è anche ora che la smetti di dormire, la pausa pranzo è finita. Se ti sbrighi, prima che torni il capo, coi ragazzi si pensava di disegnare un grosso cazzo sulla casa di questo stronzo, eh, cosa ne dici?”
L’operaio Tommaso Baresi alzò la testa. Si era addormentato su un muretto nel bel mezzo di un cantiere. Lui e gli altri operai stavano riparando le tubature di alcune abitazioni, ora si ricordava. L’incubo iniziava già a svanire. Le case in cui stavano lavorando erano piccole, e a lavori ultimati avrebbero avuto quattro, al massimo cinque stanze. L’uomo che gli aveva parlato gli indicò una casa in particolare: “Pensavamo di farlo lì, su quel muro che abbiamo finito giusto ieri, fresco fresco. Diremo al capo che è stato qualche ragazzino stanotte, ma ehi, se non lo troverà divertente può sempre farcelo ridipingere!”
L’operaio Tommaso Baresi sorrise e fece spallucce.

Caterina e la sperimentazione animale

Caterina, ragazza venticinquenne insultata, minacciata di morte e altro per aver difeso la sperimentazione animale. Insultata da gente che, senza tale sperimentazione, forse non sarebbe nemmeno viva. O che potrebbe morire per malattie davvero banali. Questa gente dovrebbe, per coerenza, privarsi di qualsivoglia medicina, e privarne quindi anche la propria prole. Altrimenti sono persone che danno solo aria alla bocca e che dimostrano una stupidità senza confini. E sia chiaro, stupidità e amore per gli animali non devono andare a braccetto.

biscotti_animali

Razzismo dilagante in tempo di crisi

Sono anni ormai che seguo la pagina facebook del Fatto Quotidiano. Negli ultimi giorni sono stati pubblicati vari articoli – con insistenza quasi morbosa – sulla situazione dei CIE e dei Centri di Accoglienza per immigrati e clandestini. In pratica, alcuni di loro hanno osato lamentarsi delle condizioni igieniche e precarie in un cui versavano, due dei quali addirittura cucendosi la bocca.

Ora, a me è chiaro da tempo che il lettore medio del Fatto, almeno quello facebookiano, è un grillino a tempo pieno. Insulta, al posto del buongiorno utilizza il vaffanculo e scrive in continuazione “w peppe” e “w m5s”. Quindi, se sotto questi articoli si ripetono sempre gli stessi messaggi – a centinaia -, posso ipotizzare che tali messaggi vengano dall’elettore grillino medio?

Prima di trarre le dovute conclusioni, però, ritengo intellettualmente onesto riportare qui un campione di commenti. Non farò una grande selezione, tanto si assomigliano più o meno tutti:

Ex detenuti, gente che ha commesso reati in Italia, magrebini, non legittimati a chiedere asilo politico quindi clandestini, ma secondo voi cosa continueranno queste persone in Italia se il lavoro non c’è ne per noi?
Non sono razzista ma purtroppo tutto ha un limite!

A casa loro!!! Vengono qui e accampano solo diritti
Di doveri, grazie alla sinistra, non parlano maiiiii

4 tunisini ed 1 marocchino visto che provengono da zonei in cui non c’è guerra , non avendo i requisiti necessari per trattenersi nel nostro paese devono essere riportati immediatamente nel loro paese. Basta l’Italia è un paese troppo tollerante

possono sempre andare al loro paese,nessuno li obbliga a rimanere in’italia………..

I giovani italiani , i disoccupati, i laureati, i terremotati dell’Aquila, sono trattati peggio di loro e non godono di nessuna attenzione.

Reimpatrio

ma insomma dobbiamo accoglierli tutti?

che se la tengono cucita x sempre la bocca e fuori dalle palle…..

Si sono cuciti la bocca volontariamente. Praticano l’infibulazione alla bambine con la forza! Sono barbari!

Cucirei loro anche qualcos’altro

Spediteli subito ai loro paesi d’origine anche a fucilate

I magrebini devono tornare nel magreb

CACCIATELI a casa loro !!!Garantito che delinqueranno !!!

A mare..con pietra al collo”!!!!!

Se si tagliassero la testa insieme a tutti quell’ipocriti buonisti, forse ci sarebbero i disoccupati e i giovani senza lavoro prima di loro .

Se nn venissero nn dovrebbero fermarsici …..

Meno male non mangiano

Si potrebbe portarli in Germania (che si scandalizza tanto) loro hanno una antica esperienza di campi

Buttateli a mare

Si sono tagliati anca le mani?

Domanda: dare 45euro al giorno agli immigrati e contestualmente non dare nulla agli italiani disoccupati è un atto di generosità o, piuttosto, un modo per fomentare, di fatto, atteggiamenti razzisti?!

Ma scusate io proprio non capisco. E cosa dobbiamo fare ? Gli immigrati irregolari sono loro e vengono in un paese che certo non naviga nell’oro…io non sono razzista anzi…ma quando è troppo è troppo !

ma paghiamo le tasse per avere ministre congolesi e deputati marocchini?siamo un paese di barzellette………

nel pd , negri , marocchini, ecc. ecc. un partito di extracomunitari. ma chi li ha votati questi. ma che schifo. abbiamo milioni di italiani che muoiono di fame, e loro pensano a mantenere gli africani a spese nostre.

speriamo gli venga perlomeno la scabbia

con tutti i problemi che ha l Italia , l immigrazione viene dopo

Ci sono, anziani che rovistano nella spazzatura, e non provocano nessuna frustrazione ?
Forse perché sono solo degli Italiani ?

A tutti i benpensanti che dicono che gli Italiani sono razzisti, intolleranti ecc..ecc.. L’ultra aggiornata e sviluppata e civilistica SVEZIA sta riducendo del 90% tutti gli immigrati….e fa BENISSIMO !!!! Tornate vene a casa VOSTRA !!!

Sai quanti italiani vivono peggio e nessuno li caga

Bisognerebbe trasportarli con i canadair, e aprire i portelloni in mare aperto.

Affondarli

Naturalmente non ho potuto riportarne neanche la metà, ma potete immaginare che la maggior parte recitino “riportateli nel loro paese”, sempre in maniera sgrammaticata e in perfetto stile leghista. Questi sono commenti degni de Il Giornale, non del Fatto. Mi viene da pensare che un buon 10% di quel 25% che Grillo prese a febbraio sia dovuto ai voti degli ex leghisti, ex berlusconiani ed ex forzanovisti. Forse mi sbaglio, ma il M5S è anche questo, per quanto mi riguarda ne sono più che convinto. Quando uno apre le braccia a tutti e dice “non esistono più la destra e la sinistra”, riesce ad attirare i peggiori rifiuti umani di questo paese. Gli italiani dimenticano i loro passati flussi migratori. Dimenticano che quando stasera a mezzanotte andranno a messa, adoreranno qualcuno – Gesù – che oggi verrebbe considerato un “immigrato”. Ma soprattutto non riescono a concepire che qualcuno possa lamentarsi di vivere in condizioni pietose quando ci sono degli italiani (italiani!) che vivono nella miseria a causa della crisi. La crisi, sì, ecco a cosa porta. All’odio e al razzismo. Del resto, i privilegi dei politici sono rimasti ignorati da tutti fino alla crisi economica, il momento in cui si inizia a odiare e invidiare chi sta bene di noi immeritatamente e non. A questa gente dà fastidio, non può accettare che i parenti soffrano la fame e perdano il lavoro mentre agli immigrati viene dato un tozzo di pane. Non comprendono che è gente che proviene in gran parte da paesi in guerra, paga tutto ciò che ha per un viaggio su un barcone che potrebbe affondare – rischiando così la vita, e poi si ritrova qui e viene tenuta nuda in un cortile in pieno inverno per essere disinfestata come una mandria di animali.

Bene, io in Africa ci manderei tutti gli autori di quei commenti sopra. Loro, i parenti e gli amici disoccupati e i pensionati che non arrivano a fine mese. Tutto ciò che hanno sostenuto di essere e che dovrebbe giustificare in qualche modo il loro odio per chi ha la pelle diversa dalla nostra. L’Italia starebbe tanto bene anche senza di voi.

Tanto amore per Trenord

Tanto amore per Trenord, che di solito è puntuale o in ritardo di solo 3-4 minuti.
Tanto amore per Trenord, che stamattina chiedevo solo un treno puntuale, sapendo già di arrivare con 5-10 minuti di ritardo a lezione.
Tanto amore per Trenord, che arrivato in stazione a Castellanza mi informa che il mio treno è in ritardo di 13 minuti. Ed era il treno delle 7.45, ero sveglio da un’ora e volevo solo stare al caldo.
Tanto amore per Trenord, che i minuti li ha fatti diventare 14.
E poi 15.
E poi 16.
E poi 17.
E poi 18.
E poi 19.
Tanto amore per Trenord, che va be’, se non riesco a prendere il Milano Cadorna, prendo il Milano Centrale, tanto passa 10 minuti dopo.
Tanto amore per Trenord, che allegramente ci informa che per il Milano Centrale “il servizio è effettuato solo nelle vetture di testa”.
Tanto amore per Trenord, che quando arriva il treno capisco cosa significa, ovvero che erano usufruibili solo alcune carrozze e che queste carrozze erano più piene della metro giapponese all’ora di punta.
Tanto amore per Trenord, che quindi mi ha lasciato in stazione al freddo perché io – con la mia fottuta valigia – non ci stavo. E non sono stato l’unico.
Tanto amore per Trenord, che forse ha ascoltato i miei cristi arroganti e ha scalato 4 minuti di ritardo dal Milano Cadorna, facendolo passare da 19 a 15.
Tanto amore per Trenord un beato cazzo, che arrivato a Rescaldina inizia a riempirsi e non riesco nemmeno ad allargare le braccia.
Tanti vaffanculo a due maestre delle elementari, povere mentecatte rincoglionite, che hanno scelto proprio il giorno perfetto per portare due classi di bambini urlanti a Milano, come ho visto una volta a destinazione, spiegandomi così il sovraffollamento del fottuto treno.

E niente, col cazzo che a Trenord offro il biscottino. Al massimo un calcio nel culo.

Quello che penso sul M5S in rari momenti di lucidità e pace

Questo è un mio vecchio post sul Movimento 5 Stelle. Su TwitLonger non ha avuto molta visibilità, quindi provo a metterlo anche qui.

Ho ascoltato e osservato tanti, tantissimi interventi dei parlamentari 5 Stelle alla Camera e al Senato. Molte volte mi sono trovato d’accordo con loro. Molte volte mi sono detto “questi ragazzi si impegnano, vogliono il bene dei cittadini”. Ma non riesco a vedermi a dare loro il mio voto. Non l’ho fatto in passato e non credo che lo farò in futuro. I motivi sono molteplici e mi piacerebbe che questa nota, nel caso finisse sotto gli occhi di qualche elettore pentastellato, non sia oggetto di insulti e minacce. Se davvero credete di avere ragione e di operare per il bene di tutti, allora, per favore, dialogate con me in modo civile.

Dunque, non saprei da dove iniziare. Ho un ricordo sbiadito delle varie dichiarazioni di Grillo che mi avevano fatto arrabbiare durante la campagna elettorale (per esempio: abolire i sindacati. Qui non si sono fatte distinzioni, e non farne, quando ci sono sindacati come la Fiom, è davvero scorretto).

A parte questo, partendo dalle considerazioni puerili, mi piacerebbe analizzare il fenomeno del MoVimento inteso come forza politica autonoma. Uno dei cavalli di battaglia dei grillini è l’abolizione del finanziamento pubblico (purtroppo già abolito da un referendum dove gli italiani si sono dimostrati piuttosto ignoranti come in tante altri quesiti referendari passati). Io il finanziamento pubblico lo voglio. Lo pretendo. Al massimo, bisogna modificarlo. Il finanziamento pubblico è un caposaldo della democrazia. Senza di esso, nessuno che non sia miliardario o che sia finanziato da qualcuno (che poi chiederebbe indietro favori politici) potrebbe fare politica. A questo punto solitamente obiettate: “noi sì, noi ci siamo riusciti!”. Certo, non lo si può negare. Ci siete riusciti perché Beppe Grillo era già un personaggio pubblico affermato ben prima di intraprendere il suo progetto politico. Questo gli ha garantito una grande visibilità mediatica. Poi siete riusciti ad andare avanti grazie alle donazioni dei cittadini, ma senza la figura di Grillo, il MoVimento sarebbe morto il giorno dopo la sua nascita. Nessuno si interessa di un progetto politico sconosciuto. Nessuno gli darebbe mai un centesimo.

La cosa imbarazzante – imbarazzante per voi – è che vi credete gli unici portatori della verità. Gli unici onesti. I migliori. Questa è un’arroganza che io, cittadino, non posso tollerare. Ho condiviso quasi ogni parola dell’On. Taverna nel suo discorso di ieri, in occasione del voto sulla fiducia al Governo Letta. Non ho però condiviso i suoi modi. Il suo tono. Il suo atteggiarsi a “noi siamo meglio e voi siete merda”. Ancora una volta, questo, io non lo tollero.

Quando provo a esprimere un parere contrario al vostro su una qualsiasi pagina Facebook, come quella del Fatto Quotidiano (dove bazzicate tantissimo, infatti ho sempre sostenuto che il FQ sia dalla vostra parte da tempo, ma molti di voi sembrano non accorgersene), vengo riempito di insulti e spesso etichettato come “porco, schifoso piddino mafioso e ladro”. A tal proposito, vorrei precisare un paio di cose. Prima di tutto, non ho votato PD. Ho 19 anni, a febbraio ho votato per la prima volta e il mio voto è andato ad Antonio Ingroia e alla sua Rivoluzione Civile. Un progetto politico, a conti fatti, nato morto, ma affossato completamente dalla manfrina del PD sul voto utile contro Berlusconi. Seconda cosa, proprio perché ho 19 anni, voi non avete il diritto di insultarmi. Spesso siete persone di 40, 50, 60 anni, e siete voi che avete votato PD, PDL, Lega, UDC per anni e anni. Non io. Io ho votato solo una volta, e, prima di attaccarmi e dirmi che mi merito il governo delle larghe intese perché sono un elettore coglione di PD e PDL, gradirei rispetto e attenzione. Questo non si riferisce ovviamente ai tanti giovani del M5S. Anche loro, però, spesso peccano di modestia.

Dovete smetterla, inoltre, di rispondere ai commenti dei vostri detrattori facendo copia e incolla di video su video degli interventi dei vostri parlamentari o dei post presi dal blog di Grillo. So leggere, so informarmi e so quello che dico. Rispondetemi con cognizione di causa, perché, ripeto, non posso accettare a 19 anni e con un solo voto alle spalle, un minaccioso “informati che è meglio” da chi, a 50 anni d’età, è responsabile, attraverso il SUO voto, dello sfascio politico attuale. Ci vuole umiltà, gente. Senza umiltà non andrete da nessuna parte. In questo pecca la vostra comunicazione. Siete arroganti. E lo dico perché dovete rendervene conto.

Quando un vostro parlamentare lascia il MoVimento e va nel Gruppo Misto perché in dissenso, potete arrabbiarvi quanto volete (anche io lo farei al vostro posto), ma ricoprire questa persona di offese non vi rende di certo onore. La rabbia e la volgarità non sono sinonimi di politica.

Ci sono tante altre cose che potrei elencare.
– Claudio Messora, uno dei vostri responsabili per la comunicazione, che per 3 volte, TRE VOLTE, ha votato Silvio Berlusconi e ora fa il complottaro a tempo perso. Si scaglia contro Cernobbio e poi tace quando Casaleggio vi partecipa.
– Il vostro leader che offende i giornalisti. E’ vero, spesso manipolano le notizie, questo non però non lo giustifica quando fa affermazioni fascistoidi.
– Il TAV, che personalmente non considero un’opera inutile e dispendiosa (il costo va “spalmato” nell’arco di anni). Piuttosto sono inutili gli F-35, e qui avete ragione.
– La vostra indiscutibile matrice complottista che trova il suo apice in Paolo Bernini, eletto nelle vostre file. Mi sono stancato di sentir parlare di illuminati, Bilderberg e aria fritta random.

E ancora altre cose che al momento non mi sovvengono.

Il punto principale però rimane: dovete abbassare la cresta. Non siete nessuno. Non siete i primi a volere tagliare i costi della politica (già l’IDV di Di Pietro, reo in ogni caso di aver partorito Scilipoti e altri, aveva proposto alla Camera la riduzione delle indennità parlamentari, anni fa). Non siete gli unici onesti. Non siete i migliori. Non rappresentate tutti i cittadini (il 25% dei votanti è tanto ma non abbastanza per arrogarsi questo diritto). Non avete la verità in tasca. Non tutto ciò che intendete fare è, secondo me, giusto ed encomiabile. Per favore, applicatevi a correggere i vostri difetti. Avete la possibilità di essere il cambiamento. Non lo siete. E non vedo la luce in fondo al tunnel, onestamente. Ma potete diventarlo. Se perseverate e se maturate potrete farcela. Altrimenti rimarrete per sempre ciò che siete adesso: marionette arroganti nelle mani di un miliardario e di un profeta di apocalisse.

3 ott. ’13

A questo aggiungerei i seguenti punti:

– Grillo che fa l’occhiolino all’estrema destra quando dice che “se un ragazzo di Casa Pound ha le nostre stesse idee, non c’è motivo per cui non possa unirsi a noi”.
– Grillo che stila la lista dei giornalisti che parlano male del M5S “sparando balle”.
– Grillo che vuole tornare a votare col Mattarellum e far fare la nuova legge elettorale al nuovo Parlamento, senza forse rendersi conto che sarebbe composto più o meno dalle stesse persone di adesso.
– Dario Fo che si piega a 90° davanti a Grillo. Purtroppo questi sono i Premi Nobel che abbiamo in Italia.
– Gli insulti che mi sono preso per aver sostenuto convintamente Pippo Civati in campagna congressuale, cercando anche di spiegare perché si è comportato in un certo modo nella questione Cancellieri. Io di Pippo Civati non ne vedo, nel M5S.

Solo biscottini horror.

biscottini-colorati

Ci abbracciamo? Sì. No.

Ho visto il video degli scontri di stamattina a Milano tra “studenti” e forze dell’ordine. Gli “studenti” hanno tentato di forzare un davvero esiguo cordone di polizia per entrare nel Pirellone, provocando e lanciando di tutto. E le forze dell’ordine cosa avrebbero dovuto fare? Abbracciarli? Stringere la mano a 600 “studenti” che erano o incappucciati o portavano caschi e urlavano porcodio un secondo sì e l’altro pure? Ma andate a studiare. E per stavolta niente biscottino.

Ancora scioperi

Stamattina ho preso il treno mezz’ora prima, sapendo già che sarei arrivato in facoltà con un’ora e mezza di anticipo sulla lezione, e il tutto perché Trenord ha deciso che scioperare il venerdì non era sufficiente, quindi ha aderito a questo sciopero nazionale del trasporto pubblico. Poi, naturalmente, dalla stazione alla sede di Lingue ho dovuto camminare, perché la metro era già fuori servizio da mezz’ora. Arrivato in facoltà scopro, attraverso facebook, che la docente di Letterature Scandinave è in ritardo a causa dello sciopero. Bene. Perfetto. Allora penso: che ci sto a fare qui? Prendo il tram e vado da mia nonna. Solo che non avevo calcolato un piccolo dettaglio: il tram fa parte del trasporto pubblico.

Alle 11.45, quando mancavano 30 minuti al termine di una lezione che non c’era, proprio mentre mi si stavano per chiudere le palpebre, ecco che compare la docente. Che se l’è fatta a piedi. Dalla stazione di Rogoredo. Con la valigia. 

Io posso capire le varie ragioni di uno sciopero, ma se dovete darmi fastidio per 4 ore e poi tornare zitti zitti al vostro lavoro a che serve? Serve solo a far arrivare in ritardo la gente che lavora e che studia, punto. Ho sentito di qualcuno che non è arrivato in tempo per un esame. E in tutto questo, la cosa che mi ha fatto più imbestialire, è che mi sono dovuto alzare quando il sole non era ancora sorto. E non lo posso accettare.

Anziché scioperare, non preferireste dei deliziosi biscottini?

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