L’insostenibile pesantezza di Tommaso Baresi

by marcotambo

L’operaio Tommaso Baresi uscì dal lavoro alle diciannove e trenta in punto. Fece con calma la strada che lo separava dalla fermata dell’autobus, poi aspettò altri cinque minuti prima che quello arrivasse. Durante il tragittò pensò agli innumerevoli modi in cui avrebbe potuto passare la serata. La vita gli aveva concesso la fortuna di essere scapolo, così non avrebbe dovuto perdere tempo e fiato per rispondere alle lamentele di una moglie insoddisfatta, e soprattutto non avrebbe dovuto fingere che il cibo preparatogli fosse buono. Sorrise tra sé e sé mentre si immaginava sul suo divano – un po’ malconcio ed economico, ma pur sempre un divano! – con una birra in mano, la televisione accesa e la canottiera tirata in su, così da permettere alla sua pancia, che andava ampliandosi sempre di più, birra dopo birra, di respirare un po’ di aria pulita. Ai piatti da lavare avrebbe pensato dopo. “Maledizione!”, pensò. “Dovrei lavare anche quelli di ieri sera!” Il suo sorriso si era guastato, ma poi trovò la soluzione: “Non fa niente, rimanderò a domani”. Era così assorto nella programmazione della serata che per poco non perse la sua fermata. L’autobus lo lasciò proprio di fronte a casa.
La casa dove abitava l’operaio Tommaso Baresi era piccola e stretta. Si inseriva in una serie di casette simili, costruite in una via abbastanza isolata dal centro della città, tranquilla e poco frequentata. Le abitazioni si sviluppavano su un unico piano, e a giudicare dall’esterno non dovevano avere più di quattro stanze ognuna. Il colore dei muri era di un giallo sbiadito, e i muri stessi erano scrostati e rovinati dalle bombolette spray di numerosi teppisti di strada. Sul muro frontale della casa di Tommaso Baresi c’era disegnato un enorme fallo in erezione al contrario, i cui testicoli fungevano da occhi, e il resto… be’, il resto da naso. Era una sorta di faccina sorridente senza bocca. Se l’era ritrovata disegnata sul muro di casa due anni prima, e da allora si era sempre dimenticato di ridipingere il muro per cancellarla, forse perché, sceso dal pullman, quella faccina così volgare gli faceva spuntare un’espressione divertita sul viso.
Fece spallucce, come a dire che quella vita gli era toccata e quella vita doveva tenersi, quindi prese la chiave della porta di ingresso dalla tasca della giacca, la girò nella serratura ed entrò in casa.
L’aria non era delle migliori: sapeva di chiuso e anche un po’ di cibo. Pensò che forse aveva commesso un errore quando aveva lasciato i piatti non lavati la sera prima. Questa volta gli sarebbe toccato, o il giorno dopo la puzza sarebbe stata decisamente peggiore. Appoggiò la borsa del lavoro alla parete del corridoio d’ingresso, quindi chiuse a chiave la porta e andò in cucina. Lasciò la chiave su una mensola, diede un’occhiata storta alla pila di piatti e pentole che lo aspettava e aprì il frigorifero per prendersi una bottiglia di birra. Gli erano rimaste solo due Beck’s, ma ancora una volta fece spallucce e si fece andar bene quello che aveva. La stappò con l’apribottiglie che prese da un cassetto sotto il lavandino e ne bevve un sorso.
Erano ancora le diciannove e cinquantacinque minuti, e decise che avrebbe aspettato un po’ prima di preparare la cena. Andò nella piccola saletta dell’abitazione – ma stranamente non fece spallucce entrandovi – e si lanciò sul divano. Poi bestemmiò perché aveva lasciato il telecomando sopra il televisore e si rialzò a prenderlo. Si risedette e finalmente poté accendere la tv.
L’operaio Tommaso Baresi, che di anni ne aveva ben quarantatré, non era tipo da spaventarsi facilmente per qualche rumorino. Era un uomo piuttosto pragmatico, il nostro Tommaso Baresi, uno di quelli che la domenica va a messa per sentirsi dire che ha ricevuto la benedizione. Senza benedizione Tommaso non aveva idea di come avrebbe potuto affrontare la lunga settimana che gli si prospettava davanti puntualmente il lunedì mattina. Era un uomo così pragmatico che non aveva bisogno di pregare, ma si limitava a guardare il vuoto, pensando che sì, in qualche modo sarebbe andato avanti, si sarebbe fatto bastare quello che aveva. Quindi, quando il sacerdote recitava il credo verso la fine della messa, lui solitamente faceva spallucce, poi tornava a fissare il vuoto, cercando di riempirlo di pragmatismo.
Il primo rumore che Tommaso Baresi udì quella sera, mentre guardava la televisione e sorseggiava tranquillamente la sua birra, era uno scricchiolio lento e pungente, come se qualcuno avesse appoggiato un piede sul pavimento e non avesse ancora alzato né riappoggiato l’altro piede. Lo udì e si bloccò un momento, perplesso. Guardò dietro di sé, verso il corridoio, ma non vide nulla. Indeciso sul da farsi, scelse infine di fare spallucce e di riprendere a guardare la televisione e a sorseggiare la birra.
Due secondi dopo, però, lo scricchiolio si ripeté, questa volta – gli parve – un po’ più vicino. Seccato, Tommaso Baresi abbassò il volume della tv, posò la birra a terra e si alzò.
“C’è qualcuno?”, chiese.
Passò in corridoio, premette l’interruttore della luce e si guardò intorno.
“Questo sì che è strano. Avrei giurato di aver sentito dei passi”.
Stava per tornare sul divano quando il suo udito captò un altro rumore sospetto. Questa volta assomigliava molto al gocciolio di un lavandino che perde. Inarcò le sopracciglia e andò in bagno. Controllò bene che la doccia o il bidè o il lavandino non gocciolassero, quindi fece spallucce e tornò in corridoio. Ma eccolo ancora, il gocciolio misterioso, questa volta più insistente. Tommaso Baresi si infilò una mano nei capelli scuri e unti e se li tirò indietro, liberando completamente la visuale degli occhi. Rimase immobile, in ascolto, cercando di individuare l’origine del fastidioso rumore. Dopo qualche secondo, con la coda dell’occhio, gli sembrò di scorgere qualcosa. Una macchia giallastra si stava allargando sul pavimento del corridoio, poco prima della porta di ingresso. Andò in quella direzione e si inginocchiò a osservare stupito la macchia gialla. Osservandola attentamente si accorse che sembrava provenire dalla parete. Infilò lentamente l’indice della mano destra nel liquido misterioso e l’annusò. Non sembrò giungere a nessuna conclusione particolare, perché un attimo dopo appoggiò l’indice sulla lingua. A quel punto, però, la sua espressione cambiò di colpo.
“Ma sa di sangue!”, esclamò.
Si alzò di scatto e guardò inorridito ai suoi piedi. Non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi da questa spiacevole sorpresa che notò, con crescente orrore, che il colore della macchia di liquido stava gradualmente passando dal giallo al rosso. Rosso sangue.
“Che cazzo sta succedendo?”
Tornò in sala, dalla parte opposta della parete da cui sembrava uscire quel rivolo di sangue, ma lì non c’era nulla. Appoggiò le mani e l’orecchio alla parete, poi rimase in ascolto qualche secondo. Proprio quando stava per rinunciare iniziò a sentire un remoto gluck gluck gluck provenire da dentro la parete, ma non come se fosse stato lì a due centimetri da lui, piuttosto come se fosse stato lontano metri e metri da quella stanza. Le gocce di liquido – di sangue – sembravano provenire da un vuoto cosmico distante anni luce, da uno spazio sconosciuto, un universo di buio e nient’altro.
Poi tornarono i passi. Uno dopo l’altro, regolari, pesanti. Tommaso Baresi ne contò quattro. Il suo pragmatismo era sul punto di cedere, e non pensava di poter mantenere il sangue freddo ancora per molto.
Tornò in corridoio e guardò a terra verso la macchia di sangue. Le labbra iniziarono a tremargli per lo spavento: la macchia si era allargata enormemente, ed entro un paio di secondi gli avrebbe toccato la punta delle scarpe. Si spostò in tempo, corse in cucina e si guardò attorno febbrilmente. Tutto gli sembrava immobile. D’istinto fece spallucce, ma Tommaso Baresi era tutto fuorché propenso ad accettare quella situazione come normale e sopportabile. Prese dal lavandino una delle padelle sporche e la brandì come arma. Prese la chiave e si diresse cautamente verso la porta d’ingresso, risoluto ad abbandonare la casa e chiedere aiuto, se fosse stato necessario. All’improvviso i suoi passi gli richiesero molta più fatica di quelli precedenti. Guardò ai suoi piedi e si accorse che era già entrato completamente nella pozza di sangue, sangue che ora, con suo immenso terrore, era diventato una specie di colla che gli teneva i piedi saldi al pavimento, almeno fino a che lui non faceva appello a tutte le sue forze e riusciva a liberarsi da quella morsa disgustosa e a guadagnare qualche altro centimetro nella strada verso la salvezza.
I passi ripresero, e ora era sicuro si trovassero dietro di lui. Si voltò tremante, ma le tenebre che dal corridoio conducevano in camera da letto non gli mostrarono segni di vita. Agitò la padella: “Chiunque tu sia, sappi che sono armato! Lascia questa casa prima che ti venga fatto del male!”
Nessuno gli rispose, così Tommaso si rivolse nuovamente verso la porta di ingresso, ogni passo sempre più faticoso del precedente. Poi udì nuovamente i passi, e quindi si voltò terrorizzato. Nemmeno questa volta vide qualcuno. Per la terza volta riprese con difficoltà ad alzare i piedi dal sangue appiccicoso sul pavimento, e per la terza volta i passi ripresero. Tommaso Baresi decise di non voltarsi più e di arrivare a ogni costo alla porta d’ingresso. I passi si facevano sempre più vicini, eppure sempre lenti, pesanti, regolari. Tommaso si lanciò sulla maniglia, quasi piangendo per la disperazione. Dietro di lui i passi gli rimbombavano nelle orecchie, e il sangue sembrava essersi trasformato in pietra attorno ai suoi piedi. Infilò la chiave nella serratura e aprì la porta. Voltandosi con la padella in mano uscì di casa, mentre le tenebre prendevano possesso anche dell’ultimo millimetro di quel corridoio colmo di sangue.
Ma fuori non lo aspettava il mondo reale, quello che credeva sarebbe stato il suo rifugio. No, fuori lo aspettava un altro corridoio senza fine, dove le tenebre facevano da padrone. Si sedette con la schiena appoggiata alla porta, ansimando. Con la mano destra prese dentro qualcosa, e portandosela vicino agli occhi (dalla fessura della porta dietro di lui proveniva una misteriosa debole luce bianca) confermò l’idea che si era fatto quando l’aveva presa in mano: era una bottiglia di birra. Una Beck’s, per la precisione. Piena a metà, esattamente come quella che lui credeva di aver lasciato in casa, prima che uscisse e si ritrovasse in un altro corridoio.
Sentiva che i nervi gli stavano per cedere. Non capiva quello che stava succedendo. Si mise a singhiozzare, esausto. Almeno non udiva più gli inquietanti passi sul pavimento.
Dopo un paio di minuti si fece un po’ di forza, dicendosi che tanto ormai non aveva più importanza, tanto valeva percorrere anche quel corridoio. Si rimise in piedi e, un passo dopo l’altro, avanzò nell’oscurità più profonda.
Fece più o meno una decina di passi, poi si bloccò perché gli era sembrato di sentire qualcosa. Da lontano proveniva un urlo, un verso disperato che chiedeva aiuto, forse pietà. Avanzò ancora, ormai fuori di sé dalla paura.
Ciò che trovò l’operaio alla fine del corridoio gli fece mettere le mani sulle orecchie e urlare di paura. Il suo urlo si unì a quello già esistente fino a raggiungere la stessa intensità di tono e di forza. La disperazione divenne una sola. Davanti a lui, seduto con la schiena appoggiata alla porta che segnava la fine del corridoio, c’era un uomo. Aveva in mano una Beck’s mezza vuota, sulle gambe teneva un telecomando e, gridando come un pazzo, continuava a premere lo stesso tasto ancora e ancora, indirizzando il telecomando verso di lui, verso l’operaio Tommaso Baresi, il quale, perduto ormai il senno, prese la bottiglia di birra e se la spaccò sulla tempia destra.
Si risvegliò di colpo, col cuore in gola. Aprì gli occhi e intorno a lui vide polvere, mattoni e cemento. Il sole splendeva caldo nel cielo. Qualcuno gli si avvicinò e disse: “Baresi, è anche ora che la smetti di dormire, la pausa pranzo è finita. Se ti sbrighi, prima che torni il capo, coi ragazzi si pensava di disegnare un grosso cazzo sulla casa di questo stronzo, eh, cosa ne dici?”
L’operaio Tommaso Baresi alzò la testa. Si era addormentato su un muretto nel bel mezzo di un cantiere. Lui e gli altri operai stavano riparando le tubature di alcune abitazioni, ora si ricordava. L’incubo iniziava già a svanire. Le case in cui stavano lavorando erano piccole, e a lavori ultimati avrebbero avuto quattro, al massimo cinque stanze. L’uomo che gli aveva parlato gli indicò una casa in particolare: “Pensavamo di farlo lì, su quel muro che abbiamo finito giusto ieri, fresco fresco. Diremo al capo che è stato qualche ragazzino stanotte, ma ehi, se non lo troverà divertente può sempre farcelo ridipingere!”
L’operaio Tommaso Baresi sorrise e fece spallucce.

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